martedì 20 aprile 2010

opere e progettisti

La vicenda dell’Ara Pacis progettata da Richard Meier, per come la affronta Francesco Bonami su Il Riformista (qui), apre importanti interrogativi sul rapporto tra progettista e opera.
A rilevare non è tanto se l’opera sia un bell’edificio oppure un orrore da rimuovere. E non è neppure molto interessante se ha avuto ragione l’amministrazione Veltroni oppure quella di Alemanno. Ciò che mi interessa è la domanda che la vicenda sottende: “Fin dove si può correggere un progetto urbanistico e architettonico senza snaturare l’idea originale del suo autore e la natura dell’edificio o del quartiere?”.

Bonami evidenzia come le cosiddette archistars siano quei progettisti che costruiscono edifici praticamente impossibili da modificare. E il problema dell’Ara Pacis, di conseguenza, è che Meier non è riuscito a concepire un progetto inalterabile al 100%. Si capisce che Bonami si ponga problemi di questo genere con il fatto che nel suo mestiere ha a che fare con pitture e sculture… evidentemente meno con edifici.

Rispetto a Bonami, avrei meno indugi a pormi il problema della modificabilità di un edificio nel tempo. E valuterei come meno problematica la modificabilità di un edificio rispetto ai cambi di maggioranza di governo.
Gli edifici non sono proprietà esclusiva dell’architetto che li ha disegnati. Un edificio non è la semplice materializzazione di un disegno. Cerco soccorso in Rafael Moneo de “La solitudine degli edifici e altri scritti”: “… credo che la presenza dell’architetto scompaia rapidamente e che, una volta terminati, gli edifici intraprendano una vita per loro conto.” È in questa accezione che si comprende meglio il titolo del libro: la solitudine degli edifici implica la condizione che ogni edificio è padrone di sé.
Tra tutte le arti figurative, l’architettura è quella che presenta la maggiore distanza tra l’artista e l’opera. Anzi, più un’opera architettonica è riuscita, più il nome dell’architetto sarà stato cancellato.

Onestamente non ho idea di quali problemi abbia l’Ara Pacis. Mi sembra però abbastanza chiaro che la produzione di Meier, come di molte grandi griffes del progetto, sia caratterizzata dalla immediatezza. Un'immediatezza un pò mass-mediale. Anzi, l’essere immediato è condizione necessaria per ottenere successo. Concepire un edificio come la diretta conseguenza del disegno, di un bel disegno, equivale a considerare (o meglio, a ridurre) l’architettura ad affermazione personale. A ridurre l’architettura a un mondo privato, ove prevale la propria poetica.
L’esito è spesso la produzione di oggetti sconosciuti ai più. Un edificio che sorge in città, invece, dovrebbe essere costruito sulla base di un linguaggio condiviso. Il che non significa ridurre l'architettura al senso comune. Viceversa, sulla base di un linguaggio condiviso, provare a costruire “una manifestazione del desiderio di qualcosa in più che ragionevolmente prevedo per il futuro”.


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